Negli ultimi anni l’Italia ha assistito a un calo significativo della partecipazione elettorale. L’aumento dell’astensionismo, l’uso crescente di schede bianche e nulle e la crescita dei movimenti populisti non sono fenomeni isolati. Come sottolinea Giovanni Firera, Presidente dell’ADI – Agenzia Digitale Italiana, rappresentano due manifestazioni di una stessa crisi: la difficoltà della politica di garantire rappresentanza e ascolto.
Regionali 2025: l’astensione supera il 55%
I dati delle elezioni regionali del 2025 mostrano chiaramente questa tendenza. In Veneto l’affluenza si è fermata al 44,6%, in Campania al 44,05% e in Puglia al 41,08%. In media, più della metà degli aventi diritto non ha partecipato al voto, segnando un astensionismo superiore al 55%, molto più alto rispetto alle regionali del 2020, quando in Veneto l’affluenza era circa del 61%.
Firera sottolinea che questo fenomeno non riguarda solo numeri: indica una frattura strutturale tra cittadini e istituzioni, una sfiducia crescente verso i partiti tradizionali e la loro capacità di rappresentare gli interessi della popolazione.
Il non-voto come forma di protesta
Per anni, parte del dissenso democratico si è espresso tramite l’astensione o il voto nullo. Non si tratta di semplice disinteresse, ma di una scelta razionale. L’elettore che non vota sospende la delega democratica e segnala una distanza dai partiti, percepiti come autoreferenziali e incapaci di trasformare i bisogni sociali in politiche concrete.
Il non-voto diventa così una forma di protesta silenziosa, discreta ma significativa, che mette in evidenza il malessere diffuso senza rompere formalmente il sistema democratico.
Dal silenzio al populismo
Negli ultimi anni, quel disagio silenzioso ha trovato espressione nel populismo, che trasforma la frustrazione in voce diretta e partecipazione emotiva. Secondo Firera, il passaggio dall’astensione al populismo non è una frattura, ma una metamorfosi del dissenso democratico.
Il populismo semplifica il conflitto politico in una netta opposizione tra “popolo” ed “élite”, delegittimando le istituzioni e proponendo soluzioni radicali. Nonostante la forma cambi, le radici restano comuni: entrambi i fenomeni nascono dalla disintermediazione, dalla crisi dei partiti di massa e dalla mancanza di spazi collettivi di elaborazione politica.
Competenza, riconoscimento e legittimità
Un altro punto chiave condiviso tra non-voto e populismo è la richiesta di riconoscimento. Gli elettori che si astengono non sono ignoranti o marginali; spesso sono informati e critici. Allo stesso modo, il consenso populista risponde a un bisogno di visibilità e centralità simbolica che la politica tradizionale non garantisce più.
La differenza sostanziale sta negli effetti sul sistema: l’astensione lascia la democrazia formalmente intatta ma delegittimata, mentre il populismo occupa lo spazio politico, trasformandolo dall’interno e polarizzando il dibattito.
Ripensare la democrazia
Come conclude Giovanni Firera, la sfida non è scegliere tra astensione e populismo, ma capire ciò che entrambi rivelano: una democrazia che fatica a includere, mediare e ascoltare. Restituire fiducia significa rafforzare la rappresentanza, aprire spazi di partecipazione reale e rendere credibili le istituzioni.
Finché la politica continuerà a interpretare il silenzio come assenza e la protesta come minaccia, il pendolo oscillante tra ritiro e radicalizzazione non smetterà di influenzare il sistema. La scheda bianca e il voto populista restano due capitoli della stessa storia: quella di una cittadinanza che continua a cercare voce, anche quando sembra tacere.
Per approfondire:
Astensione e populismo: due volti della stessa crisi di rappresentanza
di Giovanni Firera


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