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lunedì 26 gennaio 2026

A Roma il convegno "Bioarchitettura nelle leggi di Architettura come politica nazionale"

 



Roma è tornata a parlare di futuro nel modo più concreto possibile: attraverso le regole. Il convegno Bioarchitettura nelle leggi di Architettura come politica nazionale, tenuto il 21 gennaio 2026 alla Casa dell’Architettura, ha messo al centro una sfida spesso evitata perché complessa ma decisiva: far entrare la bioarchitettura nelle norme, così da trasformarla da semplice orientamento culturale a politica nazionale capace di produrre risultati reali, misurabili e controllabili.

Il tema non era “di tendenza”, ma strutturale. Qui la sostenibilità smette di essere uno slogan e diventa una questione pubblica: quali criteri rendono un progetto davvero valido? come si verifica la qualità? chi è responsabile, lungo la filiera, se gli obiettivi restano solo sulla carta? È proprio nel passaggio dalla retorica agli strumenti operativi che l’incontro ha provato a collocarsi, con un taglio più pratico che celebrativo.

Al centro della giornata, l’INBAR (Istituto Nazionale di Bioarchitettura) ha indicato una direzione precisa: la bioarchitettura non come specializzazione per pochi, ma come linguaggio contemporaneo del costruire bene. In un contesto in cui la sostenibilità rischia di ridursi a etichetta o a scelta “personale”, la linea è stata netta: ha valore pubblico solo ciò che è replicabile, misurabile e verificabile, quindi ciò che può entrare nei processi senza diventare mera burocrazia o comunicazione di facciata.

La collaborazione con l’Ordine degli Architetti di Roma e provincia ha rafforzato questa impostazione: mettere insieme istituzioni professionali e un ente come INBAR significa trattare la qualità edilizia come interesse collettivo, non come questione di categoria. Perché l’architettura incide direttamente su aspetti quotidiani: salute e comfort, sicurezza, consumi energetici, uso delle risorse, costi di manutenzione, qualità dello spazio pubblico.

Uno dei punti più solidi è stato il modo di parlare di norme senza idealizzarle. Una legge, in questa prospettiva, è un “patto operativo” che decide cosa una comunità rende davvero applicabile. Non basta dichiarare obiettivi (concorsi, rigenerazione urbana, efficienza energetica, materiali più puliti) se mancano criteri chiari, procedure coerenti, capacità amministrativa e controlli: senza questi strumenti, anche le proposte migliori rischiano di restare belle intenzioni, ben scritte ma inefficaci.





Da qui l’aggancio naturale a un tema già centrale nella pratica: i Criteri Ambientali Minimi (CAM). Non un dettaglio tecnico, ma un passaggio politico, perché i CAM trasformano principi generali in requisiti concreti nella domanda pubblica. E mentre si discuteva di “politica nazionale”, incombeva una scadenza rilevante: l’entrata in efficacia del nuovo CAM edilizia 2025 dal 2 febbraio 2026, che rafforza il peso della progettazione nella qualità ambientale delle opere.

Il concetto chiave emerso è semplice (e proprio per questo difficile da eludere): la sostenibilità che funziona si decide all’inizio, quando si impostano scelte, prestazioni e verifiche. È in fase di progetto che si determinano gli impatti e i risultati nel tempo, non nelle dichiarazioni finali. Da qui il ritorno alla centralità del progettista: non per rivendicazione, ma perché è lì che si gioca la partita dell’impronta ambientale e delle prestazioni.

In conclusione, l’iniziativa di INBAR con l’Ordine romano ha avuto un obiettivo preciso: fare chiarezza. Ha riportato la bioarchitettura nel suo terreno più serio, dove la sostenibilità non è un capitolo accessorio ma una disciplina di coerenza: tra obiettivi e strumenti, tra parole e verifiche, tra qualità dichiarata e qualità dimostrabile.

Il passo successivo, indicato con chiarezza, non è aggiungere aggettivi, ma migliorare i dispositivi: norme coerenti, responsabilità lungo la filiera, amministrazioni capaci di chiedere qualità senza paralizzare i processi, formazione che trasformi la sostenibilità in competenza operativa. Se una politica nazionale dell’architettura vuole davvero esserlo, è qui che deve misurarsi: rendere la qualità una pratica pubblica. E Roma, in questo, torna utile non per nostalgia, ma per la capacità di trasformare le idee — quando sono solide — in città.

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