L’aquila nera. Una storia rimossa del fascismo in Albania di Anita Likmeta (Marsilio, collana Specchi) è un libro necessario, nel senso più civile e meno rituale del termine. Necessario perché affronta una pagina della storia europea volutamente marginalizzata, compressa tra la grande narrazione del fascismo italiano e quella, successiva, del regime comunista albanese. Necessario perché restituisce voce e complessità a un passato che non si lascia ridurre a semplice appendice coloniale.
Il titolo è potente e simbolico: l’aquila nera è emblema dell’identità albanese, ma qui viene attraversata dall’ombra dell’occupazione italiana iniziata nel 1939. Likmeta sceglie una prospettiva che rifiuta sia la retorica assolutoria sia quella meramente accusatoria. Il fascismo in Albania non viene raccontato come un monolite, bensì come un sistema di potere che ha inciso sulla società, sulle élite, sulle relazioni quotidiane e sulle coscienze, lasciando tracce profonde e ambigue.
Il cuore del libro è proprio nella parola “rimossa”. La rimozione non è solo storiografica, ma anche politica, culturale e familiare. L’autrice lavora su archivi, testimonianze, memorie spezzate, mostrando come l’occupazione italiana sia stata per lungo tempo schiacciata tra due silenzi: quello dell’Italia, poco incline a interrogarsi sul proprio passato coloniale, e quello dell’Albania, dove il regime di Hoxha ha riscritto la storia secondo una rigida logica ideologica.
Lo stile di Likmeta è asciutto, ma mai freddo. Alla precisione documentaria si affianca una scrittura capace di interrogare il lettore, evitando il distacco accademico. Il fascismo appare qui non solo come apparato politico-militare, ma come esperienza concreta: scuole, infrastrutture, propaganda, collaborazioni, resistenze, opportunismi. È in questa zona grigia che il libro trova la sua forza, mostrando come la storia reale sia sempre più complessa delle narrazioni consolatorie.
L’aquila nera dialoga implicitamente con un tema molto attuale: la difficoltà delle democrazie europee di fare i conti con i propri passati scomodi. Il libro suggerisce che la fragilità della memoria storica è spesso il primo segnale di una fragilità civile più ampia. Rimuovere non significa superare, ma lasciare irrisolto.
In definitiva, il volume di Anita Likmeta non è soltanto un contributo alla storia balcanica o agli studi sul fascismo. È un esercizio di responsabilità intellettuale, che invita a guardare la storia non come un archivio chiuso, ma come un terreno ancora vivo, capace di interrogare il presente.



Nessun commento:
Posta un commento